@Pali Hints
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Sinner e Antonelli: mentre per il tennis è abbastanza semplice (raggiungi il primo posto nel ranking e sei un campione), per le corse automobilistiche è un po' diverso.

Ci sono gare che ti rendono un campione anche senza corona. Si può vincere un Gran Premio per pura fortuna, a volte si vince di strategia, ma a Monaco la fortuna serve solo al casinò... in pista per vincere serve tutto, tranne la fortuna. Serve una buona macchina, una squadra perfetta dietro, il resto sta tutto al pilota: precisione, concentrazione, determinazione. Basta un solo errore, una sola frenata sbagliata, e si è fuori.

Non so se avete mai provato a fare un giro di Montecarlo nel videogioco... io vi dico che è impossibile a quei ritmi, in un videogioco! figurarsi a guidare con le mille variabili nella realtà, per ben 78 volte.

In 72 edizioni solo 39 piloti hanno vinto nelle strade del Principato. Solo 25 hanno trionfato nel mondiale. Pesa di più vincerlo, non c'è dubbio, ma vincere a Monaco è un altra cosa.

Se non si può parlare di fortuna a Monaco, allora Antonelli è già un campione, lo è diventato la scorsa domenica, vincendo la gara di Formula 1 più difficile al mondo.
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10 giu 2026 alle 15:38
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📺 La storia della TV italiana: una nuova musica

Nel nostro viaggio temporale nella tv italiana abbiamo soltanto sfiorato il Festival di Sanremo, menzionandolo con la nascita dell'Eurovisione. Il Festival della Canzone Italiana infatti non nasce con la televisione, ma in radio, nel 1951, dalla culla del Casinò di Sanremo. Eppure, è solo con l'abbraccio del mezzo televisivo, a partire dal 1955, che la kermesse si trasforma da semplice rassegna canora a eccezionale fenomeno di costume e rito collettivo.Nei primi anni di trasmissione, la televisione si limita a fare da specchio a un'Italia ancora profondamente legata alle tradizioni del passato, un po' ingessata e nostalgica. Sullo schermo dominano le regole del "bel canto", la compostezza orchestrale e testi che cantano di mamme, vecchi scarponi e casette in Canada. I cantanti si esibiscono quasi immobili, sorvegliati da una regia Rai che applica un'inquadratura quasi clericale.

Tutto questo fino al 1958. Nell'edizione del 1958 c'è un artista che riscrive le regole, che accompagna la voce con una gestualità inconsueta. Il 1958 è l'anno di Domenico Modugno, che con il suo brano Nel blu dipinto di blu rompe le catene dei testi "Dio-Patria-Famiglia" che hanno contraddistinto il panorama musicale italiano nel secondo dopoguerra.È un inno alla libertà e alla spensieratezza, che incanta gli italiani. Sull'onda del boom economico viene esportato assieme ai numerosi prodotti creativi dell'industria nazionale, diventando uno dei brani del nostro paese più iconici all'estero, con il titolo universale e trascinante di "Volare".L'impatto di quella esibizione sul pubblico televisivo è un vero e proprio shock culturale. Modugno costringe le telecamere a inseguirlo: si muove, si emoziona, e nel momento del ritornello compie quel gesto impresso a fuoco nella storia della TV: spalanca le braccia, offrendosi interamente all'obiettivo.Il rigore democristiano imposto nella Rai permea ancora nelle trasmissioni televisive, ma ancora una volta l'Italia dà un segnale forte: Domenico Modugno vince il Festival di Sanremo 1958 con 63 voti, staccando Tonina Torrielli di 22 punti. Quel movimento liberatorio rompe metaforicamente lo schermo e la rigidità del piccolo schermo, diventando l'esatta rappresentazione visiva di un'Italia che vuole scrollarsi di dosso le macerie della guerra per proiettarsi verso il futuro, sognando di volare come Modugno.
10 giu 2026 alle 9:58
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Da piccola sono stata a San Pietroburgo, non ho un ricordo preciso, ma mi ricordo una città molto colorata.

Mi piacerebbe tanto tornarci un giorno, se mai la smettessero di litigare come bambini.

Al momento ci sono 56 guerre, e 65 conflitti armati di varia intensità nel mondo. È un numero spaventoso, il più alto dal 1946 a oggi. Stiamo perdendo la forza del dialogo e dell'ascolto che i nostri nonni hanno conquistato con fatica.

Anche in Italia rischiamo di perdere la bussola: ogni dibattito è diventato polarizzate, non riusciamo più ad ascoltare punti di vista diversi. Abbiamo smesso di dialogare con sincerità e rispetto degli altri. Tutto sta andando in pezzi e sta cosa mi spaventa molto. Che futuro avremo in questo clima?
10 giu 2026 alle 9:07
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GODO mi è capitato il finestrino in aereo
Partiamo tra pocooo
Mi ricordo il mio primo viaggio in aereo, non avevamo trovato posti vicini, quindi io ero da sola con la mamma e mia sorella con papà in un'altra fila. Io ero contentissima e mi fermavo a osservare tutto, a fianco invece avevo un signore che aveva paura di volare, sudava tantissimo. Di certo non l'ho aiutato, perché facevo domande alla mamma tipo: ma che succede se si blocca il motore in volo?
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10 giu 2026 alle 5:55
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Due anni che non mi guardavo allo specchio dicendomi "ma che gran gnocca che sono".

Cioè, ho un corpo curato. Non si tratta di essere magre, grasse, alte o basse, si tratta di sentirsi bene con sé stesse.

Mi sento bene con il mio corpo, non parlo di una bellezza estetica, quella è soggettiva. Per quella mi basta piacere al mio ragazzo.
9 giu 2026 alle 14:26
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📺 La storia della TV italiana: un professore per gli Italiani

Alla fine degli anni '50 l'Italia è ormai un paese ricostruito. Le principali realtà industriali lanciano il paese tra le principali potenze economiche del mondo. C'è un'altra Italia però alla fine degli anni '50, una realtà fatta di piccole comunità agricole. La spaccatura economica tra nord e sud rischia di lasciare indietro milioni di italiani. Nel 1951 si contavano 5.456.005 analfabeti, di cui 3 milioni residenti al sud e nelle isole. Ancora più preoccupante il dato sul livello di studio, con il 90% della popolazione italiana ferma al massimo alla sola licenza elementare. Soltanto l'1% della popolazione aveva concluso il ciclo universitario. Tanti piccoli comuni non avevano le scuole secondarie. Questa Italia, umile e contadina, doveva essere presa per mano e accompagnata verso nuove sfide con gli strumenti giusti.La televisione italiana nasce e cresce in questo decennio, dando molto spazio a programmi a tema culturale. A guidare questa rivoluzione culturale c'è una donna di grande esperienza, un'insegnante prestata alla televisione, che fa delle sue due carriere una vera e propria missione: Maria Grazia Puglisi. La sua carriera televisiva inizia già nel 1940, come annunciatrice presso l'EIAR. Nel 1952 ottiene una borsa di studio, con la quale approfondisce i programmi televisivi distribuiti negli Stati Uniti. Tornata in Italia, entra in Rai durante i primi anni di sperimentazione televisiva, ideando, organizzando e dirigendo la trasmissione Teleclub, il primo programma di approfondimento culturale della tv italiana. Dopo il successo di Riservato alle Signore si sposta dietro le telecamere; l'allora a.d. della Rai Rolando Vitrò sceglie lei per questo cambiamento culturale. La riforma agraria del 1950 fu il punto di partenza; per dare concretezza alla redistribuzione delle terre incolte bisognava insegnare ai contadini nuove tecniche agricole e così nel 1955 nasce La TV degli agricoltori, trasmissione che continua fino al 1969, ma che concettualmente ebbe seguito con A come Agricoltura, poi Agricoltura Domani, fino ad arrivare all'odierno Linea Verde.Nel 1958 un'altra sua idea si trasforma in successo: nasce Telescuola. Più che un programma Telescuola è un vero progetto scolastico. Con il sostegno del Ministero della pubblica istruzione, viene consentito il completamento del ciclo di istruzione obbligatoria ai ragazzi residenti in località prive di scuole secondarie (corso per questo detto “sostitutivo”). La Rai copre l'assenza di strutture con posti di ascolto televisivo. La Professoressa Puglisi ha la straordinaria capacità di adattare la scuola alla televisione. Per Telescuola serviva un approccio diverso alla cultura, con insegnanti autorevoli ma non autoritari. È stato questo il fattore vincente di questa trasmissione, non bisogna dimenticarsi che la scuola a quel tempo prevedeva ancora le punizioni corporali come correttivo disciplinare. Il metodo d'insegnamento cordiale e appassionato dei professori di Telescuola attirava le masse non scolarizzate in maniera del tutto naturale.Nel decennio successivo Telescuola entrò anche nelle carceri, con risultati straordinari nella rieducazione dei detenuti, tanto da essere riconosciuto nel 1966 con il prestigioso premio "San Michele" per la redenzione civile. Tra i protagonisti assoluti di questo programma ci fu il professore Enrico Accatino, il suo approccio all'arte divenne il modello d'insegnamento della nuova educazione artistica, che sostituì nelle scuole disegno e ornato nell'anno scolastico 1964-65.Al centro di produzione di Torino nacque però una trasmissione ancora più di successo, sempre su idea di Puglisi. Siamo nel 1960 e il Ministero della pubblica istruzione alza l'asticella, puntando sull'insegnamento della lingua italiana agli italiani fuori età scolare, ancora totalmente o parzialmente analfabeti. Nasce Non è mai troppo tardi.A condurre questa trasmissione non c'è una prima scelta, Alberto Manzi è un professore che finisce negli studi Rai senza conoscere la televisione. Ai provini si rifiuta di fare una lezione monotona sulla lettera O. Manzi sa che la televisione è fatta di immagini in movimento e per insegnare senza annoiare deve innanzitutto intrattenere. Chiede allo staff dello studio dei grandi fogli di carta da pacchi e dei gessetti, acquistati all'edicola di fronte agli studi. Il resto è storia: 5 parole e un disegno che prende forma, trasformando quei simboli sconosciuti ai molti in lettere e parole.Il maestro degli italiani segna un'epoca. La trasmissione è un successo strepitoso, tanto che viene premiata dall'UNESCO come la migliore trasmissione televisiva per la lotta all'analfabetismo. Un modello che verrà in seguito copiato anche in altri paesi.
9 giu 2026 alle 10:51
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📺 La storia della TV italiana: e poi tutti a nanna

7.261 episodi che hanno lanciato l'Italia nell'epoca dei consumi, vent'anni in cui l'Italia è cambiata a suon di canzoncine e personaggi iconici che ancora oggi sono conosciuti tra chi non era nemmeno nato. Il 3 febbraio 1957, alle 20:50, Carosello debuttò sul Programma Nazionale.Carosello è più di un programma televisivo, è il momento cruciale nella vita di tantissimi italiani. Non solo detta le regole di un'epoca, ma addirittura ne influenza le abitudini. Si tratta di un contenitore di brevi cortometraggi. Mentre la radio aveva già i suoi primi spot, la televisione nei primi anni era priva di pubblicità. Fino ad allora la Rai era finanziata esclusivamente con l'abbonamento degli utenti. Le aziende sono entrate in televisione con Carosello, e lo hanno fatto in punta di piedi. Il prodotto infatti non aveva la sua centralità nel cortometraggio. Ogni filmato durava esattamente 2 minuti e 15 secondi, ciascuno composto dal pezzo di 1 minuto e 45 secondi e il codino di 30 secondi. La prima parte doveva essere esclusivamente una storia, uno sketch comico, un cartone animato o un intermezzo musicale. Era severamente vietato menzionare il prodotto o fare pubblicità diretta. Solo negli ultimi 30 secondi l'azienda poteva mostrare il prodotto, ripetere il nome della marca (al massimo 6 volte) e invitare all'acquisto.La parola d'ordine era creatività; se oggi la pubblicità punta tutto sulla ripetitività e sulla frequenza di esposizione del prodotto, Carosello imponeva una sfida senza precedenti (e purtroppo senza un seguito) per i pubblicitari, perché non era consentito mandare in onda lo stesso pezzo. L'Italia intellettuale disapprovava questo nuovo format televisivo, perché ritenuto inadatto per un paese appena uscito dalla guerra, poiché lanciava messaggi consumistici. Pier Paolo Pasolini addirittura definì il nuovo modello televisivo come "nuovo fascismo", capace di distruggere le culture locali e contadine per standardizzare gli italiani. L'Italia popolare però s'innamorò follemente di questo programma, in particolare i più piccoli. Per molti bambini infatti era l'unica occasione per vedere i cartoni animati e i personaggi creati sono tanti. Con Carosello nacquero personaggi leggendari come Topo Gigio, Calimero, l'Omino coi baffi della Bialetti, Carmencita. Dietro le quinte vennero coinvolti veri maestri, tra cui i fratelli Pagot e il pubblicitario Armando Testa. Persino il regista Federico Fellini lavorò per gli spot di Carosello. Al fascino di Carosello contribuirono grandi nomi, con protagonisti come Sandra e Raimondo Vianello, Mina, Raffaella Carrà.Si creò dunque un contenitore d'intrattenimento per tutti. Sebbene la televisione nel 1957 è ancora un oggetto inaccessibile economicamente ai molti, questo non è affatto uno strumento sconosciuto. L'esclusività degli apparecchi infatti crea momenti di vera e sincera aggregazione sociale davanti agli schermi. Si stima che alla prima puntata del 3 febbraio 1957, al fronte di soltanto 360-400 mila televisori, c'erano ben 3 milioni di italiani davanti agli schermi.

Il programma durava soltanto 10 minuti e segnava la fine della giornata per i più piccoli. "Dopo Carosello, tutti a nanna", un famoso detto che marcava l'abitudine di mettere a letto i più piccoli, prima dell'inizio della prima serata. Nulla di osceno andava in onda nel Programma Nazionale, come visto ieri, semplicemente i programmi che chiudevano la giornata erano pensati per un pubblico più maturo.Carosello ha influenzato le vite di miliardi di italiani, fino al 1° gennaio 1977. 20 anni in cui l'Italia è cambiata e cresciuta con Carosello. Nonostante non ebbe mai alcuna crisi di ascolti, per le aziende era ormai diventato insostenibile sfornare uno spot ogni puntata; si preferì dunque puntare sul modello americano, basato su messaggi brevi, diretti, ripetitivi e molto meno dispendiosi. Un cambio fisiologico, spinto dalla politica e dall'economia di successo delle nascenti televisioni private, ma questa è un'altra storia.
8 giu 2026 alle 12:26
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Che bello non avere più lezione in aula. Poi però domani si apre la sessione di esami.

Io uso la Tecnica del Pomodoro: 25 minuti di studio, 5 minuti di pausa, 25 minuti di studio, 5 minuti di pausa... e via così. Ogni 4 pomodori si fa mezz'ora di pausa.
8 giu 2026 alle 6:38
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Un tempo lavoravamo nei campi, il mio posto lo prese un trattore. Mi dissero: "la paga è quella, se non ti va bene vattene." Così andai via.

Arrivai in città, una città piena di fabbriche. Un tempo lavoravo in fabbrica, il mio posto lo prese un telaio. Mi dissero "la paga è quella, se non ti va bene vattene." Così andai via.

Trovai lavoro alle poste, ma le lettere morirono. Mi lasciarono a casa con una e-mail, buffo vero?

Iniziai a viaggiare, mi accorsi presto che il mondo del lavoro si adattava ai tempi. Esplorando nuove realtà, mi resi conto che c'erano paesi capaci di far lavorare uomo e macchina assieme, mi accorsi che la macchina aveva sì sostituito l'uomo, ma lo aveva reso più umano.

Vidi che nel mio paese si accorsero che i trattori non potevano fare tutto, non trovavano nessuno che voleva raccogliere mele. Chi diceva "la paga è quella" non trovava lavoratori.

Mi accorsi che nella fabbrica la macchina non poteva fare tutto, e quando le macchine si bloccavano non c'era nessuno a ripararle.

Le lettere morirono, ma la gente iniziò a comprare cose su internet. Alle poste però non si trovavano persone che portassero quei pacchi.

Non c'era più predisposizione al cambiamento, si preferiva accontentarsi di poco. Chi rimase bloccato non riuscì più nemmeno a costruire un futuro. Notai che chi come me iniziò a viaggiare aveva famiglia, mentre chi rimaneva lì non riusciva nemmeno ad avere del tempo libero. L'Italia lentamente scomparve, ma non gli italiani. Il genio e la creatività continuarono in nuovi mondi, al servizio del progresso.
8 giu 2026 alle 6:14
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🤠: Ho due pesci, muore un pesce, quanti pesci ho?
🥸: eh, uno
🤠: no
🥸: come no?
🤠: ho due pesci, muore un pesce, quanti pesci ho?
🥸: scusa, ma tu hai detto che ne muore uno, se è morto è morto, fine
🤠: quindi se un pesce muore diventa uno stivale? È un pesce, morto, ma sempre pesce resta.
🥸: e ma lo devi rimuovere dai
🤠: ma io comunque non ho detto che è un mio pesce, potrebbe essere morto il pesce del vicino, quindi sempre 2 sono.
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7 giu 2026 alle 11:32
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Fiume Lambro sul Ponte San Giorgio, ponte di epoca napoleonica.
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7 giu 2026 alle 11:16
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Qualcuno ha sbattutoMi stavo facendo una passeggiata a fianco all'autodromo e ho sentito il classico rumore di ghiaietta.

La bandiera rossa vuol dire sessione sospesa per chi non lo sapesse.
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7 giu 2026 alle 10:51 (modificato)
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📺 La storia della TV italiana: la congiura dei mutandoni

"La vera unità d'Italia non l'ha fatta Garibaldi, ma Mike Bongiorno." È una frase ricorrente nelle analisi storico-sociologiche del nostro paese. l'Italia del dopoguerra e del boom economico è fortemente spaccata in due: c'è il nord Italia con le sue fabbriche, ricco economicamente, ma ancora bloccato dal punto di vista di sviluppo sociale, e il sud Italia con il giardino d'Europa, ricco dal punto di vista di risorse, ma ancora fermo dal punto di vista di sviluppo economico.

Due mondi completamente differenti, che nessun re o dittatore è riuscito a unire. Il primo grande collante nazionale è stato "Lascia o raddoppia?". Ma per unire l'Italia attraverso la televisione era necessario andare oltre a dove arrivavano le strade.

Una sfida senza precedenti, che la Rai ha vinto, dimostrando che le cose si possono fare, e sorprendentemente ci riuscì con largo anticipo. Sfruttando le ingenti risorse del Piano Marshall, già nel 1957, con 10 anni di anticipo sui piani aziendali, il Programma Nazionale raggiunse Palermo. Questo fu possibile investendo continuamente sull'infrastruttura di trasmissione, più crescevano gli abbonati più crescevano le entrate, più crescevano le entrate più si investiva nelle strutture. E l'Italia fu così collegata a tempo di record, attraverso l'installazione di ripetitori lungo gli Appennini e del primo trasmettitore in Sicilia, in cima al monte Soro.Gli studi di Milano e Torino ebbero la loro centralità, ma la televisione nei primi anni è un residuato del fascismo e mantiene dinamiche che, pur ormai votate all'ordine democratico, sono ancora del tutto totalitarie. È a Roma che si decidono i palinsesti. Gli stessi dirigenti, sono quasi tutti provenienti dalla vecchia EIAR, che sviluppò la televisione proprio durante il ventennio fascista.

Il Governo nei primi anni di attività della Rai, ne aveva il pieno controllo; manteneva il veto su ogni contenuto, pur lasciando un leggero spazio di manovra. A guidare la Rai nei primi anni di attività c'è un uomo voluto dal Presidente del Consiglio Amintore Fanfani: Filiberto Guala. Guala è un ultra-cattolico e gestisce la Rai nei primi anni di trasmissione in piena linea con le politiche della Democrazia Cristiana, allineate con i valori cristiani (e soprattutto i dogmi) imposti dalla Chiesa cattolica.È una TV rigida, che segue un codice di condotta ferreo. In televisione sono proibite parole come membro o verginità, parole come dolce attesa devono essere preferite a maternità, assolutamente proibite scene di nudo e per le donne le gambe devono essere sempre coperte.

Guala, nonostante la ristrettezza di vedute in materia di espressione del mezzo radiotelevisivo, fu incaricato di gestire il trasferimento a Roma delle strutture di produzione della Rai, fino ad allora collocate a Torino, nella sede storica dell'EIAR in via Arsenale 21, e a Milano. Per creare qualcosa di nuovo servivano nuove energie è aprì nuovi concorsi per trovare il personale dell'emittente pubblica. I corsari, definiti così da Guala, perché provenienti da corsi di formazione, saranno fondamentali nella TV degli anni '60. In Rai entrano volti importantissimi per la storia televisiva, come Piero Angela, lo scrittore Umberto Eco, o il documentarista Luigi Di Gianni.Un progresso che stride con il conservatorismo cattolico di Guala. La vecchia guardia è in totale dissenso, la stampa laica ridicolizza le politiche sessuofobiche di Guala, costringendolo alle dimissioni il 28 giugno 1956. Poco cambia con il suo successore, Marcello Rodinò. I dirigenti decidono dunque di orchestrare una congiura ai danni dell'amministratore delegato. Grazie ai contatti con il Vaticano, alcuni dirigenti spinsero papa Pio XII a vedere la terza puntata della trasmissione "La piazzetta", andata in onda il 29 novembre 1956. Nei nuovi studi romani di via Teulada, poco prima dell'inizio dello spettacolo che andava in onda in diretta, un funzionario ordinò alle ballerine di indossare delle "calzamaglie di colore chiaro", in modo da farle apparire praticamente "a gambe nude". Il Pontefice spense la TV e si ritirò in preghiera. Il lunedì successivo l'"Osservatore Romano" accusò il governo, sostenendo che le coreografie violavano i Patti Lateranensi. Rondinò raccomanda che nelle puntate successive le ballerine si "rimettessero le sottane". In via Teulada però arriva un ordine diverso e nella puntata successiva le ballerine appaiono in TV con mutandoni chiusi fino alle caviglie. L'indomani tutta la stampa laica sparò contro la RAI, ridicolizzando i dirigenti che prendevano ordini dal Vaticano.

La congiura dei mutandoni aprì una piccola breccia nella TV italiana, in cui si inserirono i primi programmi generalisti, pur ancora fortemente controllati. È grazie a questa piccola apertura che in TV nasce il programma che detterà le regole del boom economico.
7 giu 2026 alle 10:31
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Scusate lo sfogo di prima, ma è tutto il giorno che accumulo. Non ne posso veramente più del comportamento di certe persone. Odio sta città, non se ne salva uno.

Domani andrà meglio spero. Notte.
6 giu 2026 alle 23:12
Avatar Pali 🌻
Ogni tanto vale pena ribadire che l'Italia non è Leonardo da Vinci, che non ci sono solo grandi artisti, ma che l'Italia è composta principalmente da ubriaconi ignoranti, che hanno scritto il loro fallimento. Questo paese è destinato a morire, prima ancora che scompaia la nostra cultura. Prima lo accettate meglio sarà per voi.
6 giu 2026 alle 22:53
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Il politically correct è pura invenzione, sapete perché?

Perché per secoli noi ci siamo elevati a essere superiori, senza dimostrare di esserlo.

L'animazione per oltre un secolo ha stereotipato, anzi, usiamo le parole giuste: UMILIATO gli africani, dipingendoli come un popolo arretrato, arretratezza che abbiamo lasciato noi, dopo secoli di schiavismo. Un arretratezza economica e sociale che però non si ripercuote mai sullo spirito degli africani. Manca il cibo, mancano le risorse primarie, ma sono popoli che si svegliano alla mattina con voglia e determinazione. Non c'è benessere e nonostante tutto stanno meglio di noi a livello di forza mentale.

È per questo che non siamo superiori, non siamo superiori perché ancora oggi qualcuno affianca chi è di colore alle scimmie, quando le vere scimmie le abbiamo in casa, gente che non ha nemmeno il coraggio di palesarsi per quello che è, usando paroloni come "difendiamo gli autoctoni" autoctoni? Vannacci sa che San Marco non era italiano, che Gesù non era italiano, che siamo la "razza" più meticcia in assoluto, lui lo sa, il suo elettore no... ecco chi sono le vere scimmie. È un gioco politico già visto. Il fascismo, il nazismo, l'apartheid... paroloni... sono tutte forme di passaggio di un problema unico: la finta moralità dell'essere umano, che si crede superiore persino all'essere umano stesso.

E per chi si lamenta della censura, che non si può dire più niente... non sa che la black face fu già condannata dalla Universal nel 1941. Già nel 1941 sapevano che stavano stuprando la nostra intelligenza.
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6 giu 2026 alle 22:40
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Servirebbe un meccanismo antimbroglio per Wordle, tipo come in Zelda quando fai del male alle galline. Avete presente che succede?
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6 giu 2026 alle 21:47
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📺 La storia della TV italiana: una risposta che vale oro.

C'è una domanda che nel pieno boom economico ha fermato migliaia di italiani e svuotato cinema e i teatri, cosa del tutto insolita per l'epoca: Lascia o Raddoppia? A pronunciare la fatidica domanda era il papà dei telequiz: Mike Bongiorno, volto che gli italiani hanno imparato a conoscere sin dal primo giorno di trasmissioni. Il successo di Arrivi e Partenze spinse la Rai a confermare l'italo-americano per gli anni successivi, dando il via al format dei game show.Michael Nicholas Salvatore Bongiorno nasce nel 1924 a New York, da mamma torinese e papà di origini siciliane. Nel 1929 si trasferisce a Torino con sua madre. Mike sognava di fare il giornalista, ma durante l'occupazione tedesca è costretto a lasciare gli studi. Si unisce alla resistenza e nel 1944 arriva a un passo dalla morte, quando la Gestapo lo cattura e ne ordina la fucilazione. Il destino però ha grandi progetti per lui e mentre i soldati tedeschi lo portano sul luogo dell'esecuzione, dalla sua tasca cade il passaporto americano. Viene dunque portato al Carcere di San Vittore a Milano. Viene liberato in seguito a uno scambio di prigionieri poco prima dell'armistizio e nel secondo dopoguerra torna a New York, pur mantenendo contatti con l'Italia. In america completa gli studi e si dedica alla radio. In Italia questa sua passione lo porterà a lavorare più volte per il radiocorriere, la rivista della EIAR, poi divenuta Rai, dedicata ai radioascoltatori.In Italia torna nel 1953 per raccogliere materiale per la sua trasmissione, Il vostro Paese, che fa conoscere l'Italia a migliaia di americani. In questa occasione incontra un uomo che abbiamo già visto nei precedenti capitoli: Vittorio Veltroni.

Veltroni è un giornalista radiofonico che abbraccia la televisione sin dalle prime trasmissioni sperimentali, prima della seconda guerra mondiale. La sua padronanza con il mezzo spinge la Rai a puntare su di lui per guidare il neonato Telegiornale, lui che ne scrisse la prima edizione sperimentale. Ed è proprio il primo direttore del Telegiornale a convincere Mike a rimanere in Italia, la neonata televisione ha bisogno del suo volto, è lui quello giusto.

Giornalismo e intrattenimento, le due passioni di Mike, si fondono nel suo primo programma televisivo: Arrivi e Partenze. Nel programma si intervistano personaggi famosi in arrivo e in partenza dai porti e gli aeroporti italiani... famosi in Italia però. Divenne iconica l'intervista a Giulio Andreotti, le cui domande di Mike facevano chiaramente capire che il conduttore newyorkese non sapesse chi fosse. Questo ovviamente divertiva e alimentava la curiosità dei telespettatori, che avevano la possibilità di conoscere altri aspetti dei personaggi di politica, cultura e spettacolo.

È però con i quiz in radio che si distingue veramente, attraverso la trasmissione Il motivo in maschera, con Lelio Luttazzi e Isa Bellini. Il successo di questo programma spinge i vertici Rai a replicare in televisione e il 6 novembre 1954 nasce Fortunatissimo.

Alla neonata TV italiana però manca qualcosa, serve un programma che coinvolga attivamente il pubblico, un programma che consenta il salto di qualità. Si trova l'ispirazione dal programma francese Quitte ou double?, a sua volta derivato dal game show statunitense The $64,000 Question.Nasce dunque Lascia o Raddoppia? una trasmissione che diventa un vero e proprio fenomeno culturale. Aveva un format semplice e coinvolgente: Il concorrente si presentava come esperto di una materia specifica (es. ciclismo, lirica, cinema) e doveva rispondere a una serie di domande preliminari per accumulare un montepremi iniziale. Arrivato alle battute finali, davanti alla domanda cruciale, il concorrente doveva scegliere: "Lascia" (ritirarsi e portarsi a casa la cifra vinta fino a quel momento) o "Raddoppia" (rischiare il tutto per tutto per raddoppiare la vincita). Se decideva di raddoppiare e rispondeva correttamente, vinceva la cifra massima (all'epoca i mitici 5 milioni di lire); se sbagliava anche una sola risposta, perdeva l'intero montepremi accumulato e tornava a casa a mani vuote.La prima puntata andò in onda il 26 novembre 1955, dopo una puntata di presentazione trasmessa il 19 novembre. Occupando i sabati di tantissimi italiani, questo fece insorgere i proprietari delle sale cinema, che avevano visto assottigliarsi gli incassi, proprio per la serata considerata più lucrativa della settimana. Dal 16 febbraio 1956 al 16 luglio 1959 (data di sospensione del programma), venne dunque spostato al giovedì e le sale cinema dovettero piegarsi al fenomeno culturale, installando televisori per non perdere i clienti.

Lascia o raddoppia? è l'inizio di un lungo percorso, che vedrà svilupparsi nel corso degli anni i più svariati giochi a premi. E in questo percorso rincontreremo Mike ancora diverse volte.
6 giu 2026 alle 12:27
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t'appartengo ed io ci tengo, e se prometto poi mantengo, m'appartieni e se ci tieni, tu prometti e poi mantieni

prometto, prometti
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5 giu 2026 alle 15:03
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📺 La storia della TV italiana: dall'Italia per l'EuropaNel 1945 l'Europa si trovava in una situazione drammatica. Paesi vincitori e paesi vinti si trovarono ad affrontare problemi del tutto comuni, come la penuria di materie prime o la ricostruzione delle città distrutte dalle bombe. Il dramma e l'orrore della seconda guerra mondiale fece elevare a gran voce un grido quasi unanime: mai più. Ma più l'Europa avrebbe fatto della forza militare il sistema primario per risolvere le divergenze. Per fare sì che l'Europa rifiutasse l'uso della violenza serviva un popolo più colto, più consapevole delle proprie potenzialità e del proprio valore individuale e comunitario. Serviva un Europa unita.Tra i primi a riunirsi e fare fronte comune ci furono i principali broadcaster europei radiofonici. Nacque così l'Unione Europea di Radiodiffusione, fondata il 12 febbraio 1950. L'EBU ebbe tra i soci fondatori la RAI, come unica emittente a rappresentare l'Italia (in quanto monopolista delle frequenze all'epoca). Come abbiamo già visto, lo sviluppo radiofonico nel secondo dopoguerra funge anche da motore per lo sviluppo della televisione, cambia il mezzo, ma si tratta sempre della gestione di onde radio dopotutto, e anche con la TV le sfide sono comuni.Ma a cosa serve concretamente l'EBU? In un epoca priva di diritti televisivi e dinamiche concorrenziali, era possibile organizzare grandi eventi con pochi sforzi. L'emittente del paese ospitante si prendeva cura dell'organizzazione delle riprese televisive del singolo evento, eventualmente supportata a livello tecnico da operatori, tecnici e giornalisti di altre emittenti in trasferta. Il segnale era però trasmesso dalla singola emittente del paese ospitante, condiviso con gli altri operatori di settore attraverso i ponti radio. I centri di produzione ricevevano il segnale e lo replicavano dai trasmettitori, attraverso le proprie frequenze. Si formò dunque una vera e propria rete europea a livello infrastrutturale, che permetteva di offrire il più ampio servizio possibile al minor costo, specialmente per quanto riguarda l'informazione, lo sport e la musica. Per gli spettacoli era un po' più complesso, si preferiva trarre spunto dal format, più che replicare l'evento, come vedremo più avanti.

Questo sistema di condivisione prese il nome di Eurovisione. L'inizio delle trasmissioni condivise era annunciato da una sigla a tema unico, nulla unisce i popoli più di un inno d'altronde. E a unire le trasmissioni europee sono le note solenni ed enfatizzanti del Te Deum di Marc-Antoine Charpentier, accompagnato dal logo della emittente nazionale che trasmetteva.Ancora oggi tanti eventi sono trasmessi in Eurovisione, tra cui il Festival di Sanremo, gli angelus del papa alla domenica, il concerto di Capodanno a Vienna. La prima trasmissione ufficiale dell'Eurovisione ebbe luogo il 6 giugno 1954. Mostrava il Festival del Narciso a Montreux, in Svizzera, seguito da un programma serale da Roma, comprendente un giro del Vaticano, un discorso di papa Pio XII e la prima benedizione apostolica per mezzo televisivo. Un altro evento rilevante trasmesso in Eurovisione (un anno prima del lancio ufficiale del 1954) è l'incoronazione della regina Elisabetta II il 2 giugno 1953.La rai in Eurovisione ebbe il suo principale successo con le riprese in diretta delle Olimpiadi invernali di Cortina del 1956, successo replicato nel 1960 con le olimpiadi estive a Roma. Lo sguardo europeo sull'Italia però è soprattutto sul Festival di Sanremo. Un successo che spinge il direttore dei programmi della Rai, Sandro Pugliese, a ideare una rassegna musicale europea. Dall'idea di Pugliese, proposta ai membri dell'EBU in una riunione a Roma, nasce L'Eurovision Song Contest, il concorso musicale più importante del nostro continente, anch'esso, ovviamente, trasmesso ancora oggi in Eurovisione. Del festival e dell'eurovision Song Contest però ne riparleremo più avanti. Nel frattempo, la prima vincitrice dell'Eurovision Song Contest: è il 1956 e Lys Assia, cantante svizzera, incanta l'Europa con il suo brano Refrain:
5 giu 2026 alle 10:06
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