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📺 La storia della TV italiana: la congiura dei mutandoni

"La vera unità d'Italia non l'ha fatta Garibaldi, ma Mike Bongiorno." È una frase ricorrente nelle analisi storico-sociologiche del nostro paese. l'Italia del dopoguerra e del boom economico è fortemente spaccata in due: c'è il nord Italia con le sue fabbriche, ricco economicamente, ma ancora bloccato dal punto di vista di sviluppo sociale, e il sud Italia con il giardino d'Europa, ricco dal punto di vista di risorse, ma ancora fermo dal punto di vista di sviluppo economico.

Due mondi completamente differenti, che nessun re o dittatore è riuscito a unire. Il primo grande collante nazionale è stato "Lascia o raddoppia?". Ma per unire l'Italia attraverso la televisione era necessario andare oltre a dove arrivavano le strade.

Una sfida senza precedenti, che la Rai ha vinto, dimostrando che le cose si possono fare, e sorprendentemente ci riuscì con largo anticipo. Sfruttando le ingenti risorse del Piano Marshall, già nel 1957, con 10 anni di anticipo sui piani aziendali, il Programma Nazionale raggiunse Palermo. Questo fu possibile investendo continuamente sull'infrastruttura di trasmissione, più crescevano gli abbonati più crescevano le entrate, più crescevano le entrate più si investiva nelle strutture. E l'Italia fu così collegata a tempo di record, attraverso l'installazione di ripetitori lungo gli Appennini e del primo trasmettitore in Sicilia, in cima al monte Soro.Gli studi di Milano e Torino ebbero la loro centralità, ma la televisione nei primi anni è un residuato del fascismo e mantiene dinamiche che, pur ormai votate all'ordine democratico, sono ancora del tutto totalitarie. È a Roma che si decidono i palinsesti. Gli stessi dirigenti, sono quasi tutti provenienti dalla vecchia EIAR, che sviluppò la televisione proprio durante il ventennio fascista.

Il Governo nei primi anni di attività della Rai, ne aveva il pieno controllo; manteneva il veto su ogni contenuto, pur lasciando un leggero spazio di manovra. A guidare la Rai nei primi anni di attività c'è un uomo voluto dal Presidente del Consiglio Amintore Fanfani: Filiberto Guala. Guala è un ultra-cattolico e gestisce la Rai nei primi anni di trasmissione in piena linea con le politiche della Democrazia Cristiana, allineate con i valori cristiani (e soprattutto i dogmi) imposti dalla Chiesa cattolica.È una TV rigida, che segue un codice di condotta ferreo. In televisione sono proibite parole come membro o verginità, parole come dolce attesa devono essere preferite a maternità, assolutamente proibite scene di nudo e per le donne le gambe devono essere sempre coperte.

Guala, nonostante la ristrettezza di vedute in materia di espressione del mezzo radiotelevisivo, fu incaricato di gestire il trasferimento a Roma delle strutture di produzione della Rai, fino ad allora collocate a Torino, nella sede storica dell'EIAR in via Arsenale 21, e a Milano. Per creare qualcosa di nuovo servivano nuove energie è aprì nuovi concorsi per trovare il personale dell'emittente pubblica. I corsari, definiti così da Guala, perché provenienti da corsi di formazione, saranno fondamentali nella TV degli anni '60. In Rai entrano volti importantissimi per la storia televisiva, come Piero Angela, lo scrittore Umberto Eco, o il documentarista Luigi Di Gianni.Un progresso che stride con il conservatorismo cattolico di Guala. La vecchia guardia è in totale dissenso, la stampa laica ridicolizza le politiche sessuofobiche di Guala, costringendolo alle dimissioni il 28 giugno 1956. Poco cambia con il suo successore, Marcello Rodinò. I dirigenti decidono dunque di orchestrare una congiura ai danni dell'amministratore delegato. Grazie ai contatti con il Vaticano, alcuni dirigenti spinsero papa Pio XII a vedere la terza puntata della trasmissione "La piazzetta", andata in onda il 29 novembre 1956. Nei nuovi studi romani di via Teulada, poco prima dell'inizio dello spettacolo che andava in onda in diretta, un funzionario ordinò alle ballerine di indossare delle "calzamaglie di colore chiaro", in modo da farle apparire praticamente "a gambe nude". Il Pontefice spense la TV e si ritirò in preghiera. Il lunedì successivo l'"Osservatore Romano" accusò il governo, sostenendo che le coreografie violavano i Patti Lateranensi. Rondinò raccomanda che nelle puntate successive le ballerine si "rimettessero le sottane". In via Teulada però arriva un ordine diverso e nella puntata successiva le ballerine appaiono in TV con mutandoni chiusi fino alle caviglie. L'indomani tutta la stampa laica sparò contro la RAI, ridicolizzando i dirigenti che prendevano ordini dal Vaticano.

La congiura dei mutandoni aprì una piccola breccia nella TV italiana, in cui si inserirono i primi programmi generalisti, pur ancora fortemente controllati. È grazie a questa piccola apertura che in TV nasce il programma che detterà le regole del boom economico.
7 giu 2026 alle 10:31