Anonimo
io capisco magari non riuscire a difendersi e voler aspettare che si calmino le acqua come fanno su tiktok dopo che escono gli scandali per poi tornare con i post strappalacrime dove si dice "ci ho pensato a lungo... non trovavo le parole giuste per...".. siamo qui, ora, tutti insieme.. si parla👍👍 basta ammettere che ci sono stati gravi problemi di base e comportamenti abbastanza gravi/infantili per quanto riguarda la moderazione e non solo quella perché come hanno detto si tratta di aver deriso anche degli utenti, bisogna essere oggettivi e dire le cpse come stanno... se si continua con questo silenzio si perde solo credibilità e fiducia. Un paio di scuse sarebbero già un buon inizio, anziché eliminare i post di cinny e di altri dai cazzo abbiamo 9 anni???
Voglio essere franca, ma premetto che... parlo in generale... sono considerazioni che ho fatto recentemente:
Detto ciò... è un mio pensiero, sicuramente mi sbaglio su qualcosa, anche perché qua sto poco e non sono certamente il miglior esempio. Insegreto è diventato un flop totale per una ragione particolare... l'assenza di moderazione. Bene, qua le critiche sono mosse a una eccessiva moderazione. Si torna al fatto che c'è un regolamento... la strada maestra è quella. Oppure aspettiamo un terzo sito... se qualcuno lo farà... consiglio una pecorella come mascotte 🐑
- Mi chiedo ad esempio come mai risultano... a quanto siamo? 1000 Utenti registrati? Se io leggo sempre le solite 20-30 persone. Chiaramente chi esce dalla porta rientra dalla finestra.
- non si può parlare di community, quando Hint, come su insegreto, non raccoglie gruppi omogenei. È palese che al di fuori dei gruppettini dove si fa comunella, vi è il deserto e una totale assenza di considerazione negli interessi degli altri. Non illudetevi che esista una community di Hint. Secondo il mio modestissimo parere, la scelta di introdurre i blocchi agli utenti è stata una scelta scellerata, che rompe totalmente il valore essenziale di un social, ovvero ESPRIMERSI. Ho visto utenti poco collaborativi verso chi è entrato per la prima volta, altro motivo per cui non si può parlare di community.
- ho avuto in passato ruoli di moderazione fuori da qui, e, credo, di essere stata sempre il più imparziale possibile. Lecito avere simpatie e antipatie. Ma qualcuno, non mi ricordo chi, una volta aveva detto che Hint dovrebbe essere un luogo democratico, concetto ribadito dallo stesso Icecube. In una democrazia le regole o le leggi hanno una certa flessibilità. Detto ciò credo che il ban sia uno strumento a cui bisogna ricorrere soltanto come extrema ratio o comportamenti gravi.
Detto ciò... è un mio pensiero, sicuramente mi sbaglio su qualcosa, anche perché qua sto poco e non sono certamente il miglior esempio. Insegreto è diventato un flop totale per una ragione particolare... l'assenza di moderazione. Bene, qua le critiche sono mosse a una eccessiva moderazione. Si torna al fatto che c'è un regolamento... la strada maestra è quella. Oppure aspettiamo un terzo sito... se qualcuno lo farà... consiglio una pecorella come mascotte 🐑
Anonimo Riflessione
(Ho commentato il tik tok, così "potevi rimanere a parlare di libri, facevi una figura migliore!" ovviamente commento eliminato dopo 10 minuti, vabbè sono ahh freaky io)
Ho ascoltato con attenzione il video della professoressa e non ci vedo cattiveria, ma il sintomo di un sistema in crisi, e di una persona abbastanza confusa. La sua non è un'argomentazione pedagogica, ma la cronaca di una resa. Il suo desiderio di un "clima fruttuoso" è nobile, ma confonde il silenzio imposto con il rispetto. Bandire il cellulare non crea un ambiente di apprendimento, ma un'obbedienza superficiale basata sul sospetto, trasformando il docente in un controllore. È la pedagogia della paura, non del rispetto.
L'alibi della "mancanza di tempo" per l'educazione digitale è la più chiara confessione di un fallimento sistemico. Invece di chiedere gli strumenti e la formazione per integrare la realtà degli studenti nella didattica, si sceglie la via più semplice: l'esilio di quella realtà dall'aula. È una difesa della propria comfort zone, non della missione educativa. Anche la narrazione del pericolo è fuorviante. Chattare, giocare o distrarsi sono le versioni 2.0 dei bigliettini passati sotto il banco. La scuola ha sempre affrontato la distrazione; la differenza è che oggi, di fronte a uno strumento potente, abdica al suo ruolo educativo invece di elevare la sfida. Si rifugia in una bolla artificiale per non affrontare la complessità del presente.
Questa posizione nasce dalla paura: paura di uno strumento che non si sa gestire, di studenti la cui realtà è percepita come aliena e di ammettere che i vecchi metodi non bastano più. Ma difendere il cellulare non significa volere il caos in classe; significa esigere una scuola all'altezza del suo tempo, che insegni l'uso critico e che non fugga dal mondo reale. Il divieto è un anestetico che nasconde la malattia: il profondo scollamento tra la scuola e la società. È una soluzione semplice per un problema complesso, e per questo è la soluzione sbagliata.
Adesso la finirò con questo discorso ma volevo solo mettere i puntini sulle i aperte.
Ho ascoltato con attenzione il video della professoressa e non ci vedo cattiveria, ma il sintomo di un sistema in crisi, e di una persona abbastanza confusa. La sua non è un'argomentazione pedagogica, ma la cronaca di una resa. Il suo desiderio di un "clima fruttuoso" è nobile, ma confonde il silenzio imposto con il rispetto. Bandire il cellulare non crea un ambiente di apprendimento, ma un'obbedienza superficiale basata sul sospetto, trasformando il docente in un controllore. È la pedagogia della paura, non del rispetto.
L'alibi della "mancanza di tempo" per l'educazione digitale è la più chiara confessione di un fallimento sistemico. Invece di chiedere gli strumenti e la formazione per integrare la realtà degli studenti nella didattica, si sceglie la via più semplice: l'esilio di quella realtà dall'aula. È una difesa della propria comfort zone, non della missione educativa. Anche la narrazione del pericolo è fuorviante. Chattare, giocare o distrarsi sono le versioni 2.0 dei bigliettini passati sotto il banco. La scuola ha sempre affrontato la distrazione; la differenza è che oggi, di fronte a uno strumento potente, abdica al suo ruolo educativo invece di elevare la sfida. Si rifugia in una bolla artificiale per non affrontare la complessità del presente.
Questa posizione nasce dalla paura: paura di uno strumento che non si sa gestire, di studenti la cui realtà è percepita come aliena e di ammettere che i vecchi metodi non bastano più. Ma difendere il cellulare non significa volere il caos in classe; significa esigere una scuola all'altezza del suo tempo, che insegni l'uso critico e che non fugga dal mondo reale. Il divieto è un anestetico che nasconde la malattia: il profondo scollamento tra la scuola e la società. È una soluzione semplice per un problema complesso, e per questo è la soluzione sbagliata.
Adesso la finirò con questo discorso ma volevo solo mettere i puntini sulle i aperte.
Anonimo Riflessione