io non capisco come facciano a programmare su Kotlin. È uno schifoo...
Cacca pou pou
il giorno che conquisterò il mondo, voglio avere loro come guardie:
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"“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella realtà, avesse deciso di ripetersi eternamente.
Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, minuto dopo minuto, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”"
Questa è la storia che il padre ripeteva ogni volta al figlio. Così iniziava e così finiva sempre la storia che il padre raccontava ogni sera a suo figlio, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella realtà, avesse deciso di ripetersi eternamente.
Il figlio ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, ora dopo ora, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il padre raccontava del nonno, e ripeteva la sua storia.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il padre si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso di latte, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il figlio.
Così, il padre, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il figlio ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
E allora il padre:
"“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella realtà, avesse deciso di ripetersi eternamente.
Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, minuto dopo minuto, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”"
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella realtà, avesse deciso di ripetersi eternamente.
Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, minuto dopo minuto, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”"
Questa è la storia che il padre ripeteva ogni volta al figlio. Così iniziava e così finiva sempre la storia che il padre raccontava ogni sera a suo figlio, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella realtà, avesse deciso di ripetersi eternamente.
Il figlio ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, ora dopo ora, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il padre raccontava del nonno, e ripeteva la sua storia.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il padre si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso di latte, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il figlio.
Così, il padre, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il figlio ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
E allora il padre:
"“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella realtà, avesse deciso di ripetersi eternamente.
Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, minuto dopo minuto, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”
Queste erano le sue prime e le sue ultime parole. Così iniziava e così finiva sempre la storia che l’anziano signore raccontava ogni sera al suo nipotino, con la stessa voce calma, lo stesso ritmo lento, come se il tempo, in quella stanza, avesse deciso di girare in tondo. Il bambino ascoltava dal letto, con gli occhi che si facevano sempre più pesanti, mentre fuori la sera tornava uguale a se stessa, giorno dopo giorno, in una realtà che sembrava ripetersi senza mai stancarsi.
Il nonno raccontava di boschi profondi, di sentieri che si assomigliano tutti, di incontri che sembrano nuovi ma non lo sono mai davvero. Ogni parola scivolava nell’aria come una ninna nanna antica, e il nipotino, senza accorgersene, finiva per confondere il sogno con il racconto. A volte gli sembrava di aver già sentito quella frase, quel passaggio, quel silenzio preciso tra una frase e l’altra, ma non importava: era proprio quella ripetizione a farlo sentire al sicuro.
Quando la storia arrivava al suo punto più quieto, il nonno si alzava piano, lasciando la stanza in penombra. Andava in cucina, beveva un sorso d’acqua, guardava l’orologio senza davvero leggerlo, come se anche lui fosse parte di un meccanismo che non aveva bisogno di essere compreso. Poi tornava indietro, con passi leggeri, per non disturbare il sonno che stava arrivando.
Così, l’anziano signore, ritornato dalla cucina, si sedeva sulla sedia dinanzi al letto dove il nipote ormai dormiva. Restava lì qualche istante, ad ascoltare il respiro regolare del bambino, chiedendosi se quella sera la storia fosse davvero finita o se stesse già ricominciando da qualche parte, invisibile.
Ma il nipote, proprio allora, apriva gli occhi, come se il cerchio non potesse chiudersi senza il suo consenso, e con voce assonnata gli rivolgeva la parola dicendo:
«Mi racconti una storia?»
Il nonno sorrideva, come chi sa che non esiste un’altra risposta possibile.
«Va bene, nipotino mio», diceva piano, sistemando la voce, preparando le parole esatte, quelle che aprono e chiudono tutto.
E allora, ancora una volta:
“C’era una volta Cappuccetto Rosso.”"
Le storie d'amore che ormai sono fantasy: lei che conosce magicamente lui in aereo, ma attenzione... lui naturalmente possiede una reggia, un cavallo, un auto di lusso ed è impegnato in una sua azienda fondata da lui forse, ma non è di lui che si innamora, ma del fratello co-fondatore dell'azienda che è più "baddy" e la guarda tipo "si cara, mi infilo una siringa ogni giorno nel braccio, vuoi farlo anche te?"... e lei è tipo "ma che figo che è...". Poi non so mai come continuano, perché non li continuo visto che io non possiedo la reggia di Caserta con 32 cavalli e 25 Lamborghini, e di sicuro non vado in prima classe e verso lo champagne addosso alla tipa al mio fianco, che in realtà è più probabile che sia un anziano signore in viaggio per un affare e non una ragazzina, ma vabbè... facciamo finta che tutte e tutti possiamo prendere un volo da Los Angeles a Parigi a soli €5000, ma si dai...
mai una volta che si conoscano a lavoro, lui fa il netturbino e lei è una bibliotecaria. Sta andando a lavoro di mattina, passa vicino ad un bidone della spazzatura e pesta una cacca lasciata da un cane ed il proprietario maleducati. Il netturbino la vede. Lei è tutta agitata per la situazione, lui scende e si offre di aiutarla. Si sorridono e parlano un po'... ecco... non ci voleva tanto hahah
mai una volta che si conoscano a lavoro, lui fa il netturbino e lei è una bibliotecaria. Sta andando a lavoro di mattina, passa vicino ad un bidone della spazzatura e pesta una cacca lasciata da un cane ed il proprietario maleducati. Il netturbino la vede. Lei è tutta agitata per la situazione, lui scende e si offre di aiutarla. Si sorridono e parlano un po'... ecco... non ci voleva tanto hahah
Uno su tik tok: "Come fate ad essere vegani? Cioè torni ubriaco e cosa mangi? Un sedano?
Mi sa che è orario di dormire, perché ho esagerato con la risposta hahah:
"bro... io non bevo alcolici, non fumo... non mangio carne e non sono mai stato ubriaco. Per carità... sei liberissimo di fare tutte le scelte che vuoi nella tua vita e probabilmente sono, pur irrazionalmente, persino migliori delle mie. Le mie sarebbero corrette in un mondo ed in una natura che premia la salute, il benessere e l'intelletto, ma questo non è assolutamente così. Dai su... al potere avete persone come Trump, in passato Hitler o Mussolini. Mai visto Einstein come presidente. Schopenhauer, super intelligente, era persino odiato e lui stesso ormai odiava il genere umano. James Sidis? Ma non scherziamo, neppure sanno chi è il 90% delle persone. Cioè dai... sedano? Certo che no... io non mi ubriaco proprio e chiunque abbia letto fino a qui probabilmente già mi odia e non mi sopporta. L'essere umano è fatto per socializzare e riprodursi, se parli come parlo io figurati se ti riproduci, vieni detestato già dalla parola "vegano" o "astemio", poi ti chiedono "perché sei astemio?" e che gli rispondi? "Perché sono intelligente?" Certo che no... perché alla fine, se il fine ultimo naturale è la riproduzione e la specie e per socializzare e riprodursi devi bere alcolici, l'unico coglione li in mezzo, che pensa all'essere e tempo sono io. Ma dai su... alla fine la battuta "mangi sedano da ubriaco?" salva la specie umana più di E=mc^2. "
Mi sa che è orario di dormire, perché ho esagerato con la risposta hahah:
"bro... io non bevo alcolici, non fumo... non mangio carne e non sono mai stato ubriaco. Per carità... sei liberissimo di fare tutte le scelte che vuoi nella tua vita e probabilmente sono, pur irrazionalmente, persino migliori delle mie. Le mie sarebbero corrette in un mondo ed in una natura che premia la salute, il benessere e l'intelletto, ma questo non è assolutamente così. Dai su... al potere avete persone come Trump, in passato Hitler o Mussolini. Mai visto Einstein come presidente. Schopenhauer, super intelligente, era persino odiato e lui stesso ormai odiava il genere umano. James Sidis? Ma non scherziamo, neppure sanno chi è il 90% delle persone. Cioè dai... sedano? Certo che no... io non mi ubriaco proprio e chiunque abbia letto fino a qui probabilmente già mi odia e non mi sopporta. L'essere umano è fatto per socializzare e riprodursi, se parli come parlo io figurati se ti riproduci, vieni detestato già dalla parola "vegano" o "astemio", poi ti chiedono "perché sei astemio?" e che gli rispondi? "Perché sono intelligente?" Certo che no... perché alla fine, se il fine ultimo naturale è la riproduzione e la specie e per socializzare e riprodursi devi bere alcolici, l'unico coglione li in mezzo, che pensa all'essere e tempo sono io. Ma dai su... alla fine la battuta "mangi sedano da ubriaco?" salva la specie umana più di E=mc^2. "
Tinky Winkyyyy .... Dipsyyyyy , Laa-Laa ... Poo.
Teletubbies... Teletubbies... OHHHHHHHHHHHH
Teletubbies... Teletubbies... OHHHHHHHHHHHH
Prossima vita voglio nascere con delle tette.
Ecco gli eventi che si sono già verificati in questa "fine dei tempi".
Cristianesimo:
Induismo:
Buddhismo:
Zoroastrismo:
E ora i 2 punti forti:
Ebraismo:
Islam:
Secondo l’Islam:
Secondo l’Ebraismo:
Mashiach ben David ≠ Dajjāl
Chi è allora il Dajjal?
Dall'islma:
Cristianesimo:
Ebraismo:
Non è il figlio di David...
L'unico soggetto che mi viene in mente che: ha creato persino un consiglio di "pace" promettendo pace, ingannando, presentandosi come salvatore, e poi messia... beh...
è Mr. Donaldino:
Ma non è lui a costruire il tempio. Ergo... come fanno a costruirlo? Deve esserci un'alleanza. L'alleanza può esserci solo se effettivamente i 3 eletti si alleano, cioè: Messiach ben David, Gesù ed Al-Mahdi.
Unendo le 3 religioni.
Ok... fine delle mie fantasticazioni hahah.
Sono ritornato belveee. :))))))))))
Cristianesimo:
- Apostasia = molti cristiani stanno diventando atei oppure musulmani. Questo è il primo segno.
Induismo:
- Kali Yuga = che coincide con l'epoca attuale, piena di violenza, menzogna ed egoismo.
- Decadenza totale = Religione, morale e società collassano.
Buddhismo:
- Scomparsa del Dharma = le persone non ricordano o non conoscono gli insegnamenti del Buddha.
Zoroastrismo:
- Saoshyant = Saoshyant altro non è che Reza Pahlavi, venuto per "liberare" i persiani. Appunto coloro che lo idolatrano vogliono la caduta del governo di Tehran.
E ora i 2 punti forti:
Ebraismo:
- Il sacrificio della Vacca Rossa (Parah Adumah): si stanno preparando da tantissimo per questa, hanno già scelto la vacca. Il sacrificio deve avvenire sul Monte degli Ulivi, di fronte al Monte del Tempio. Poi, a quel punto va costruito il terzo tempio al posto della moschea (quella in oro) presente nel Monte del Tempio... ed è qui che inizia la parte assurda.
Islam:
- Nell'islam, inizia tutto con il Dajjal... molti possono pensare "il Dajjal è Trump", ma non è così. Il Dajjal corrisponde al messia ebraico, quindi Messiach ben David. Il problema è che Messiach ben David dovrebbe portare gli ebrei in Israele, e ora ci sono... poi combattere Gog e Magog. Solo che Gog e Magog arrivano dopo la sconfitta del Dajjal.
Secondo l’Islam:
- appare il Dajjāl
- appare al-Mahdi
- scende Gesù
- DOPO → Gog e Magog
Secondo l’Ebraismo:
- arriva Mashiach ben David
- combatte Gog e Magog
- instaura l’era di pace
Mashiach ben David ≠ Dajjāl
Chi è allora il Dajjal?
Dall'islma:
- uno che inganna.
- è una persona reale.
- appare già prima della fine dei tempi.
- si presenta come salvatore.
- si presenta come messia.
- si presenta poi come un "dio".
Cristianesimo:
- è una persona.
- è anche un sistema incarnato in una persona (il sistema che egli stesso comanda).
- inganna.
- promette la pace.
- chiede adorazione.
- perseguita i Veri credenti, ergo ci sono dei falsi credenti cristiani che dicono di essere cristiani.
Ebraismo:
- qui non c'è un "anticristo".
Non è il figlio di David...
L'unico soggetto che mi viene in mente che: ha creato persino un consiglio di "pace" promettendo pace, ingannando, presentandosi come salvatore, e poi messia... beh...
è Mr. Donaldino:
Unendo le 3 religioni.
Ok... fine delle mie fantasticazioni hahah.
Sono ritornato belveee. :))))))))))
Ehi... ciao raga... che si dice in questo social?
Ci sono novità? Ci sono nuovi utenti? Si sta fatturando?
Ci sono novità? Ci sono nuovi utenti? Si sta fatturando?
Alla fine quindi si sono mossi... 
hahah... ho fatto una cazzata... ho creato un gioco, volevo condividervelo, solo che c'è il mio nome e cognome nel gioco :(
Come minchia faccio?
Come minchia faccio?
Questo mondo è un fottuto scherzo.
Sono tutti li tipo "oh... grande Re Trump". Bene... abbiamo identificato l'anticristo, che si fa ora?
Sono tutti li tipo "oh... grande Re Trump". Bene... abbiamo identificato l'anticristo, che si fa ora?