Il Cavaliere filippino

O mio dolce negretto filippin
se' tu, deh, 'l mio caro angiuol gentil,
carco d'ebena armadura
ricamata co' lagrimosa finitura,
ché molto hai sofferta ogni ventura
cui ti mena bella e altera diva dura
pel sempiterno riposo melato e senil
cangiando come d'Oceano le onde in divenir.
Fu lesto pria, e ratto, a s'insidiar
fosco e cencoso, procelloso magrebin,
ch'in cor mio un'ara ad erger si spingea
ed assider sul tron tuo egli ardea,
scarna imago di Stella del mattin
che col Supremo tosto si mise a riottar.
Sé tu, figlio di giungla, alfin
che ti fregi di pascer indarno per cortil
del mio cor nettato d'ogni sozzura
e non altri pellegrini di ventura.
A piacimento d'antichi rovi facesti arsura
e ne usasti per copiosa limatura
della scranna ch'ivi ergesti a tuo sedil
su cui Amor il nom tuo feec solpir.
Ven poi tetro assiro quivi a battagliar,
fervido schiavo del signor divin
'l cui regno in quelle terre già s'estendea,
degno col Pelide d'una gara indir
tal rapido fu l'amor di canaglia.
Eppur al fianco mio restasti, gentil,
che ben sai ch'il miglior d'ogni monil
s'ottien con temperanza imperitura
e non forzando il corso di Natura.
Mio schiavo cavalier, forte di bravura
che nulla dinieghi d'affrontar per paura,
delicato come un notturno e dolce sospir,
aitante come un duro ed azzurro zaffir.
Ultima fatica dal Catai venea,
giallo grifo di giada sensil,
innocente meco sembrasti favellar.
E co' timide lusinghe m'iniziasti a catturar
virginea beltade d'innocenza signoril,
ma tolta l'illusion nulla rimanea
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Ora che ho aggiornato la mia digital footprint e notato che nel passaggio da bozza a bella ho completamente sfanculato la metrica, posso sparire per un altro anno. I termini razzisti sono usati in senso poetico e non denigratorio