Non si è mai trattato del suicidio che come di un fenomeno sociale; viceversa, qui si tratta, per cominciare, del rapporto fra il pensiero individuale e il suicidio. Un gesto come questo si prepara nel silenzio del cuore, allo stesso modo che una grande opera. L’uomo stesso lo ignora; ma, una sera, si spara o si annega. Di un amministratore di immobili, che si era ucciso, mi si diceva un giorno che aveva perso la figlia da cinque anni; che, dopo d’allora, era molto cambiato, e che quella storia “lo aveva minato”. Non si può desiderare termine più esatto. Cominciare a pensare è cominciare a essere minati. La società non c’entra gran che in questi inizi; ma il verme si trova nel cuore dell’uomo, dove appunto bisogna cercarlo. Questo giuoco mortale, che conduce dalla lucidità di fronte all’esistenza all’evasione fuori della luce, deve essere seguito e compreso.
Se mi domando da che cosa si possa giudicare che un problema sia più urgente di un altro, rispondo che lo si può fare dalle azioni che implica. Io non ho veduto alcuno morire per l’argomento ontologico. Galileo, che era in possesso di un’importante verità scientifica, la rinnegò con la più grande facilità, quando, per essa, si trovò in pericolo di vita. In un certo senso fece bene,1 poiché tale verità non valeva il rogo. È cosa profondamente indifferente che sia il globo terrestre che giri intorno al sole o viceversa. Per dirla in breve, è una questione futile. Per contraccambio, vedo che molti muoiono perché reputano che la vita non valga la pena di essere vissuta, e ne vedo altri che si fanno paradossalmente uccidere per le idee o le illusioni che costituiscono per loro una ragione di vivere (ciò che si chiama ragione di vivere è allo stesso tempo un’eccellente ragione di morire). Giudico dunque che quella sul senso della vita è la più urgente delle domande. Come rispondervi? Per tutti i problemi essenziali – intendo con ciò quelli che rischiano di far morire o quelli che moltiplicano la passione di vivere – non vi sono probabilmente che due metodi di pensiero, quello di La Palisse e quello di Don Chisciotte. Soltanto l’equilibrio dell’evidenza e del lirismo può permetterci di accedere nello stesso tempo alla commozione e alla chiarezza. In un argomento tanto umile e, insieme, anche tanto ricco di patetico, la dialettica sapiente e classica deve cedere il posto, s’intende, a un atteggiamento più modesto dello spirito, che proceda contemporaneamente dal buon senso e dalla simpatia.
Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo. Questi sono giuochi: prima bisogna rispondere. E se è vero, come vuole Nietzsche, che un filosofo, per essere degno di stima, debba predicare con l’esempio, si capisce l’importanza di tale risposta, che dovrà precedere il gesto definitivo. Queste sono evidenze sensibili per il cuore, che però devono venir approfondite per essere rese chiare allo spirito.
Ho fame da buco nello stomaco, però io non mangio mai dopo cena 🤔. Se mangiassi ora poi dovrei aspettare 40 minuti per lavarmi i denti per quella questione dello smalto, quindi non potrei andare a letto prima delle 3 e mezza circa, considerando anche il tempo di lavarli...