
È il 6 febbraio 1977, una giornata normalissima. Alle prime luci dell'alba un ragazzo di 27 anni saluta sua moglie ed esce di casa, per andare al lavoro. Renato fa di mestiere il poliziotto, nella sezione di Bergamo della Polizia Stradale.
In sede si unisce al Brigadiere Luigi D'Andrea, suo superiore. Il compito è del tutto ordinario: pattugliare la tratta bresciana dell'autostrada A4 Torino-Trieste.
Durante la pattuglia i due poliziotti fermano per un controllo un Alfa Romeo Giulia sulla rampa d'uscita a Dalmine. All'alt la vettura si ferma. A bordo ci sono tre persone.
I poliziotti chiedono i documenti ai tre occupanti. Durante il controllo, il conducente e uno dei due passeggeri della Giulia aprono il fuoco. S'innesca una sparatoria. Uno dei tre cade a terra, ferito mortalmente. La Giulia riprende la sua corsa, mentre si continua a sparare. Renato Barborini e Luigi D'Andrea morirono in quella sparatoria.
A bordo di quella Giulia c'era Renato Vallanzasca, capo della Banda della Comasina, autore di numerose rapine e rapimenti. Renato Vallanzasca non ha mai chiesto scusa per avere ucciso Renato e Luigi, non ha mai mostrato alcun segno di pentimento.
I conti con la giustizia li ha fatti a modo suo, tentando di evadere dal carcere più volte, e in più occasioni ci è riuscito pure.
La mala milanese è purtroppo stata fonte d'ispirazione artistica. È rocambolesca, dinamica, forse per questo piace. Addirittura Michele Placido ha voluto farci un film su Vallanzasca. Pochi vogliono sentire la storia invece di due persone che sono morte per l'idea di un paese libero da questi vigliacchi. Si può davvero provare pietà per un uomo come Renato Vallanzasca? Un uomo che ha crivellato di colpi di proiettile due vittime del dovere, lasciandoli lì a morire. Questo non è un film, stiamo parlando di un assassino che ha ucciso a sangue freddo due ragazzi, per fuggire alla giustizia.
Io non provo alcuna pietà per un uomo (se così si può chiamare...) del genere.