Eravamo entrambi sull’autobus.
Il solito, quello che prendo ogni giorno per tornare a casa.
Io, con lo sguardo perso nel cellulare… eppure perfettamente consapevole del suo micro sguardo timido, leggero come un soffio.
Lei, poco più in là, con gli occhi sul suo telefono.
L’autobus era pieno, rumoroso, vivo. Entrambi in piedi noi.
A un certo punto una signora si alza dal posto accanto a me.
Io rimango in piedi, anche se quel posto è libero.
E allora la guardo… lei, la ragazza dai capelli castani, dal viso di solare sorriso — un sorriso che, senza nemmeno mostrarsi del tutto, sapea già scaldarmi.
Ci incrociamo gli occhi.
Per un attimo il mondo sembra fermarsi.
E poi… si espone lei, con un piccolo gesto gentile: indica il posto come a dirmi “se vuoi, siediti”.
La sua voce non serve, non la sento, perché immerso nella musica con gli auricolari. Parla il modo in cui inclina la testa, il modo in cui le tremano appena le dita.
Io invece insisto perché si sieda lei.
E alla fine accetta.
Si siede proprio lì, vicino al posto dove ero io in piedi.
Le dico soltanto una parola, morbida: «Prego».
E lei… abbassa la testa timidamente, quasi nascondendosi in quel gesto dolce,
e sussurra un «grazie» comprensibile anche con la musica al massimo.
Rimango in piedi vicino a lei.
La vedo sul cellulare: sta facendo le parole crociate.
Sorrido dentro di me…
Avrei voluto chiederle se le piacciono anche gli scacchi, e magari, chissà, usarlo come pretesto per parlarle.
Ma la mia timidezza — e il timore di invadere il suo spazio — mi zittiscono.
Si libera un posto proprio davanti a lei.
Nessuno si muove, allora mi siedo io.
Un piccolo sguardo velocissimo, quasi rubato.
Una ragazza accanto a lei ci osserva, come se avesse intuito qualcosa.
Lei invece tiene gli occhi bassi, fissi sul suo cruciverba, con quell’aria calma… quasi impassibile.
Nel giro di 5 minuti, lei si alzò, mi passò di fianco e poi scese dall'autobus.
Forse l'infinita gioia era a meno di 1 metro di me?
Chissà... forse...
@MAHDI