C'era una volta, in un paesino arroccato tra gli ulivi e il mare della Puglia, un uomo chiamato Gelo. Non era ghiaccio vero, no: era un omone tutto d'un pezzo, con spalle larghe come una porta di legno massiccio e occhi scuri che parevano due tizzoni ardenti. Lo chiamavano Gelo perché aveva un carattere di pietra, uno che non si piegava mai, un mediterraneo purosangue che parlava a gesti e beveva vino rosso come se fosse acqua. Poi c'era Flander, il suo opposto: magrolino, capelli biondicci arruffati dal vento, un sorriso sornione che ti si appiccicava addosso. Era l'anima gemella segreta di Gelo, anche se nessuno in paese lo sapeva. O almeno, così credevano loro.
Gelo e Flander si conoscevano da sempre. Da bambini giocavano a rincorrersi nei campi di grano, da ragazzi si scambiavano occhiate che duravano un battito di ciglia ma dicevano tutto. Solo che Gelo, testardo com'era, non aveva mai avuto il coraggio di ammetterlo. "So' cose da uomini, queste?" borbottava tra sé, mentre Flander lo guardava con quell'aria da gatto che sa già dove andrà a parare.
Una sera d'estate, con le cicale che frinivano come impazzite, si ritrovarono da soli nella vecchia masseria abbandonata fuori dal paese. Gelo era appoggiato a un muro di pietra, sudato per il lavoro nei campi, con la canottiera bianca che gli si incollava al petto. Flander entrò con due birre ghiacciate in mano, le posò sul tavolo e si avvicinò senza dire una parola.
"Che c'è?" chiese Gelo, con la voce roca che cercava di sembrare dura ma tremava un po'. "Lo sai che c'è," rispose Flander, e gli mise una mano sul braccio. Una mano leggera, ma che bruciava più del sole di luglio.
Gelo deglutì. "Flander, non fare lo scemo..." "Da quanto tempo ce lo nascondiamo?" sussurrò Flander, avvicinandosi fino a sentire il respiro caldo dell'altro. "Da quanto tempo ci guardiamo e basta?"
E lì successe. Gelo, che era tutto d'un pezzo, si sciolse come burro al fuoco. Afferrò Flander per i fianchi e lo tirò a sé, baciandolo con una furia che non sapeva di avere. Le loro bocche si trovarono in un miscuglio di birra, sudore e voglia repressa. Flander gli passò le dita tra i capelli scuri, tirandoglieli appena, e Gelo emise un suono strozzato che non era da lui. "Sei il mio gelo," mormorò Flander ridacchiando, "ma sotto sotto sei un vulcano."
Gelo lo spinse contro il muro, facendo cadere una sedia vecchia. Le mani callose gli corsero sotto la maglietta, esplorando la schiena magra di Flander, che si inarcò come un gatto. "Zitto," ringhiò Gelo, ma senza cattiveria, mentre gli baciava il collo e sentiva il battito accelerato dell'altro. "Se qualcuno ci vede..." "E chi ci vede? Le lucertole?" rise Flander, ma il respiro gli si spezzò quando Gelo gli slacciò i pantaloni con una determinazione che non ammetteva repliche.
La storia si fece più intensa lì nella penombra, tra carezze un po' goffe e sospiri soffocati. Gelo, che di solito era tutto controllo e muscoli, si lasciò andare in un modo che non avrebbe mai creduto possibile, mentre Flander lo guidava con una dolcezza sfrontata. Non fu una cosa da film romantico: ci furono gomitate, una risata improvvisa quando un pipistrello svolazzò troppo vicino, e Gelo che a un certo punto inciampò in un sacco di juta. Ma fu vero, crudo, pieno di quella passione che tenevano nascosta da anni.
Dopo, stesi su una coperta polverosa, Gelo guardò il soffitto di legno e mormorò: "E mo' che facciamo?" Flander si girò su un fianco, appoggiando la testa sul petto di Gelo. "Quello che abbiamo sempre fatto, ma senza nasconderci. Almeno tra noi." Gelo sbuffò, ma una mano gli andò automaticamente tra i capelli di Flander, accarezzandolo. "Sei un rompiscatole." "E tu mi ami lo stesso."
E così, tra il profumo del mare lontano e il canto dei grilli, Gelo e Flander smisero di essere un segreto. Almeno per loro due.