Alla fine d’ogni cosa, là... ove l'oscurità dell'universo ormai avea preso luogo, ardeva ancor una luce remota, rossa e fievole, quasi tremolìo d’un ricordo lontano.
A tenerla desta v’era una fanciulla dal viso giovine, co’ capelli color ambra e li occhi suoi chiari come cristallo.
Sedeva ella dinanzi all’infinito spazio, avvolta in un gelo che più non sentìa, e contemplava in silenzio la fine d’ogni sogno, d’ogni libertà, del caos e dell’ordine insieme.
Astrid il suo nome, l’ultima degl’immortali.
E pur dinanzi alla morte d’ogni cosa, ella decise di non morir.
Sola, nella sua stazione sospesa tra le stelle spente, mirava il buio eterno che più non restituiva né lume né eco.
Il pensier suo si volgea alle vite trascorse, alle risa e ai volti che furon, alle parole che il tempo avea già disfatto.
Così, pur ella, immortale, cominciò a sentir il peso del nulla, ch’è simile alla morte stessa.
Che cos’è la morte, se non l’infinito silenzio d’ogni luce?
E la tenue luce ca rischiarava la sua poltrona di rubino vacillava sempre più, per poi a spegnersi.
E quando l’ultimo bagliore si spense e l'ultimo suono, dato dalla luce d'Astrid, svanì, li occhi d’Astrid non si chiusero, ma rimasero aperti nell'infinito tempo a contemplar quella che ora era... la morte.