
Sognavo di seguirlo nei suoi giri, di stare accoccolata in un angolo con un libro in mano mentre lui dipingeva i muri. Mesi e mesi addietro gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto che lui fosse stato piccolo piccolo da poterlo tenere in tasca e tirarlo fuori quando più mi andava ma la verità era forse che ero io quella che voleva essere tenuta in tasca.
Mi crucciavo di ogni nostra interazione, pensavo di sbagliare ogni parola che gli scrivevo, ogni cosa che gli comunicavo e per questo ogni volta che tornava da me, che dimostrava un’attenzione, un desiderio nei miei confronti, la gioia era ancora più acuta e pervasiva.
Quando mi faceva capire che voleva passare del tempo con me non riuscivo a capacitarmene. Mi sembrava assurdo che anche lui condividesse il mio desiderio, che ci fosse della reciprocità nel nostro rapporto. Era sempre con rinnovato sgomento che mi rendevo conto del suo interesse per me, specialmente al di là del corpo.
Nella stanza rossa con la finestra aperta e i rombi del temporale in arrivo desideravo averlo accanto a me nel letto, troppo grande per una sola persona. Desideravo che mi parlasse di ciò che più desiderava, avevo una voglia infinita di ascoltarlo e captare dalle sue parole tutte le sue sfaccettature.