Non tutti provano le emozioni allo stesso modo. Vi stupirà sentire che i sentimenti non cambiano solo intensità da un individuo a un altro ma a seconda dell'epoca, o del luogo, possono addirittura prendere un nome diverso, persino scomparire. Non è insolito allontanarsi un po' dal proprio contesto e trovarsi davanti emozioni del tutto nuove e sconosciute.
Meglio fare qualche esempio.
Vi sarà capitato di sentir parlare della cosiddetta melanconia, una parola che di tanto in tanto si sente ancora oggi. Il melanconico più famoso di tutti i tempi è stato sicuramente Torquato Tasso. Nel seicento, un periodo segnato dalla censura e dal sospetto (strano visto il clima tranquillo creato dall'Inquisizione), Tasso soffriva di cosiddetto umor nero, leggermente diverso dal nostro black humor. Nel suo caso era una condizione di pessimismo e profonda tristezza, la melancolia appunto, che etimologicamente vuol dire proprio "umore nero". La melancolia moderna apparteneva ai poeti, ai filosofi, agli intellettuali insomma che non si sentivano parte della società ma anzi spesso ne venivano respinti. Oggi quest'emozione ha solamente cambiato nome ed è diventata la depressione: i sintomi sono molto simili in effetti.
Andiamo ancora più indietro, fino al medioevo, dove tra i vizi capitali scopriamo sentimenti pericolosi come l'accidia, simile alla malinconia di prima, e la gola, che oggi chiameremmo avidità. L'accidia indica la trascuratezza e l'indifferenza. Associata anch'essa alla depressione, era un vizio molto pericoloso che rendeva gli uomini troppo pesanti per seguire i doveri di ogni buon cristiano. Sinceramente non capisco cosa avessero Tommaso d'Aquino, Dante e Petrarca contro quattro poltroni ma fatto sta che le pagine dei più grandi autori dell'epoca sono piene di parole durissime contro gli accidiosi.
Aggiungo che nel medioevo le emozioni avevano un legame fortissimo col mondo della religione cristiana. Così le emozioni negative, come l'accidia appunto, diventavano sinonimi di peccato mentre le emozioni positive, come la gioia o l'amore, erano circondate da un'aura di beatitudine, quasi fossero tracce del legame tra l'uomo e il divino.
Infine voglio portarvi nel caro e vecchio mondo antico, dove le emozioni erano un argomento ancora più oscuro. La filosofia da Socrate in poi inventò nuovi stati d'animo, come l'eudaimonia (un equilibrio interiore sinonimo di felicità) o l'atarassia (assenza di turbamenti simile alla serenità). Queste sono per così dire emozioni artificiali, nate dal nulla nella mente degli uomini dotti.
La gente comune poteva avere in mente l'ira di Achille o la follia dionisiaca. In realtà, nell'antichità, le emozioni erano momenti collettivi, non esperienze individuali. Così per esempio il coraggio muoveva l'esercito in battaglia e l'invidia turbava l'equilibrio di un gruppo. Ancora, la hybris, la tracotanza, era il simbolo dell'arroganza che sfida gli dei. Nel mondo romano, invece, la pietas di Enea indicava la devozione agli dei e alla patria.
Insomma, la psicologia non aveva ancora scoperto il peso dell'interiorità. Così il vissuto del singolo era indissolubilmente legato alla comunità e alla natura. La vita emotiva dell'individuo era ridotta all'osso.
Come vedete, non bisogna allontanarsi così tanto per incontrare modi diversi di vivere le emozioni, tra sentimenti nascosti o abbandonati. Alcuni sentimenti li abbiamo scoperti soltanto di recente, altri li abbiamo totalmente dimenticati, o quasi. Ciò che colpisce è la ricerca continua di nomi da dare alle emozioni, per quanto il lavoro possa rivelarsi complicato.
Spero che questo breve viaggio tra le emozioni vi sia piaciuto 😉