All'alba il sole conquista l'orizzonte. A quell'ora la luce attraversa i rami degli alberi e la terrazza del tempio brilla come un antico dipinto.
Il legno dell'atrio scricchiola sotto il passo lieve ma deciso del monaco, che procede composto fino alle porte del santuario. Accanto alla sua tunica dondola un mazzo di chiavi, accompagnato da un tintinnio metallico.
È in piedi già da qualche ora, come ogni altro membro del santuario, per assolvere i compiti imposti dalla regola. In più tra non molto avranno inizio le funzioni liturgiche, e il tempio dev'essere pronto. Così il monaco prende il mazzo di chiavi dalla cinta e spalanca le porte della sala una ad una. La luce inonda lo spazio che fino a poco prima era immerso nella penombra. Il sole si posa proprio dinnanzi alla gigantesca statua del Buddha che domina il centro dell'atrio.
Il monaco avanza verso la terrazza, tenendo alle spalle il bagliore accecante della statua. Lì alcuni compagni stanno spazzando via le foglie dal pavimento sotto i raggi del sole mattutino. Il fruscio delle scope scuote il terreno come vento che agita le foglie. Questo suono ricorda i primi anni del suo apprendistato al tempio, quando gli venivano affidati i compiti più gravosi. Ora che ha accumulato molta esperienza, mentre le rughe cominciano a segnare il suo viso, torna a occuparsi di rado delle mansioni riservate ai discepoli più giovani. Ogni tanto, al mattino, prende in mano una scopa e spazza delicatamente i sentieri di pietra. Una volta di queste un altro monaco chiese perché mai ancora occupasse il tempo con i compiti faticosi e poco edificanti riservati ai novizi. La risposta non si fece attendere. Portato a termine il compito, poggiò la scopa a un albero, fissò a lungo il pavimento appena lucidato e disse:
"Passare la scopa significa meditare sulla morte. Osserva. La scopa allontana con delicatezza le foglie secche svelando il luccichio nascosto della pietra; e la morte libera temporaneamente dalla prigione della carne mostrando che l'unica realtà immutabile è il mutamento. In più, non spazzando a sufficienza, le foglie oscurano la pietra come la sofferenza impedisce di riconoscere e accettare il cambiamento. Spazzare e meditare sono pratiche quotidiane che fortificano la consapevolezza. Pensiamo che i più giovani non capiscano questi insegnamenti eppure continuiamo ad assegnare loro certi compiti. Vorrei vedere più discepoli in grado di tenere lucidi sia il tempio che lo spirito."
Da allora non gli è stato chiesto più nulla a riguardo. Ben presto si sono tutti convinti che dietro le azioni del monaco, anche quelle più semplici e quotidiane, risiede una devozione cieca, quasi superstiziosa, nei precetti buddisti. Un atteggiamento che molto spesso i suoi stessi compagni faticano a comprendere fino in fondo. Non dev'essere difficile da credere.
Una notte, durante un violento temporale, era stato sorpreso a meditare ai piedi della pagoda e ci era voluto non poco per riuscire a richiamarlo dentro al caldo. Appena rientrato aveva provato a giustificarsi davanti ai monaci più anziani, sostenendo di essere stato spinto fin lì dalla voce della pioggia. La febbre, che lo colse le settimane seguenti, avrebbe dovuto convincerlo dei rischi di assecondare gli spiriti. Ma così non fu.
Il monaco attraversa il sentiero di pietra che fiancheggia la pagoda scarlatta. Nel frattempo i primi devoti raggiungono il tempio. I pellegrini, dall'aria stanca dopo il lungo viaggio, vengono accolti e accompagnati agli alloggi. Gli abitanti del posto, muovendosi con destrezza tra gli edifici del complesso, riconoscono un altare o la lapide di una persona cara. Qualcuno ha la fortuna di poter chiedere consiglio a una tunica familiare. Al monaco questo clima di baccano risulta abbastanza indifferente. Come ogni mattina gestisce l'orto assieme ad alcuni compagni. In particolare egli cura le piante di tè, un impegno preso da quando è arrivato al santuario. Tra tutti i compiti che gli vengono assegnati, portati a termine con la solita costanza, coltivare è senz'altro il più adatto al proprio spirito profondo e meticoloso. Al tempio sanno bene che il tè proveniente da quel campo ha un aroma diverso dagli altri. E gira voce, giù al villaggio, che in passato questo monaco vivesse con gli spiriti della terra e una notte sia spuntato dal sottosuolo come un germoglio. Di tanto in tanto, prima di andar via, si ferma per un po' a osservare le gracili foglie di giada, forse per domandare loro qualcosa sulle sue origini.
Il santuario è circondato ai lati dalla vegetazione. Di fronte si staglia l'immensa vallata che custodisce al centro un villaggio non molto grande ma piuttosto vivace. La perla della valle, come lo chiamano deliziosamente i pellegrini, è cresciuto parecchio negli ultimi anni, grazie ai commerci e alla disponibilità di terra da sfruttare. Il santuario ha visto di conseguenza aumentare sia il numero dei devoti sia la quantità di donazioni, espresse dai facoltosi uomini del posto. Prima di allora il villaggio e il tempio formavano una piccola comunità che viveva dei prodotti della valle. I monaci più anziani raccontano con una certa nostalgia quei tempi lontani, quando regnava la tranquillità e la frugalità avvicinava i giovani allo studio invece di allontanarli. Infine concludono il discorso con una frase che ormai conoscono tutti, e tutti ripetono, quasi sempre abbassando la voce e distogliendo lo sguardo:
"è cambiato tutto quando sono nati i figli dell'incendio."
@Protagora