Il treno vola sulle rotaie fiammeggianti come una gabbia argentata, lasciando dietro un fetore di acciaio e disperazione. La tenebra della galleria risplende del chiarore della lamiera. Il vetro opaco rivela l'inquietudine che scivola tra i mocassini scuri e le valigette scolorite. Qualcuno simula una fuga nella lettura, insegue le storie altrui lontano dagli sguardi taglienti. Qualcuno sogna di riposare, nasconde gli occhi codardi e affoga nella disperazione. Qualcuno scompare tra le nuvole, abbandona i pensieri sperando di incontrare una vita diversa. Qualcuno scappa nelle chiacchiere quotidiane, colorando il muto frastuono metallico di un confuso brusio e regalando un'utile distrazione ai passeggeri più inquieti. Ecco, mentre il motore tonante viaggia verso il vuoto, sopra il cigolio dei sedili, va in scena un'ossessione raccapricciante per lo stare altrove. Ognuno è incatenato in un vortice di incubi che riverberano sotto il fragore dei binari. Una folla di volti assopiti inonda gli angoli del treno di una pallida angoscia, il ricordo degli addii futuri. La luce fioca schiarisce le vuote ombre sospese sopra i binari infuocati. Poi un rumore sordo infrange il frastuono, e annuncia il capolinea come una terribile profezia. Uno stridio agghiacciante spezza la quiete della banchina, poi due stelle illuminano la notte scura. La corsa è finita. I passeggeri tornano a sospirare nel freddo buio della stazione in attesa della prossima corsa.