È notte fonda. La luna splende dietro le nuvole come un occhio sempre aperto. Chissà quanti sognatori ha visto passare, quante promesse svanire dietro le nebbie del futuro. Il debole alternarsi dei passi sul selciato rompe il silenzio. Il ragazzo incappucciato cammina a testa bassa, rinchiuso in un bozzolo di tetra solitudine nell'oscurità della notte. Le mani strette nelle tasche della felpa sanciscono il rifiuto di ogni contatto con il buio circostante. Il tintinnio dei lacci illumina un timido sorriso: il giovane è immerso nei ricordi. Torna da una festa, o da un appuntamento, con il cuore in tempesta. Quella sera l'aveva persa.
Due compagni occupavano un modesto appartamento poco distante da casa sua e, per celebrare la riuscita di un esame, davano una festa. La consueta tranquillità della casa era stata sostituita per l'occasione dal brusio degli ospiti. Convenevoli, pettegolezzi e chiacchiere invitavano anche il conversatore più timido a farsi avanti e prendere parte allo spettacolo della notte. Una notte che non si ferma, ma prosegue finché avanzano parole da pronunciare.
Sotto la luce calda che illuminava il piccolo salotto, i suoi occhi sembravano stelle e i suoi capelli sottili filamenti dorati. Non era stato informato della sua presenza, e perché avrebbero dovuto visto che nessuno sapeva il gioco pericoloso iniziato fra loro. Difficile dire chi avesse cominciato, ma ormai avevano raggiunto il capolinea. Non erano ancora scesi dal vagone, e preferivano congelare con il silenzio una situazione che non sapevano bene come risolvere. La sua presenza quella sera era un segno. La candida luna osservava, nascosta dalle nubi, l'ultimo incontro tra i due.
In fondo alla stanza, due ragazze chiacchieravano amabilmente: una poggiando i gomiti sui morbidi braccioli della poltrona si sporgeva in avanti verso l'altra, seduta al margine di un divanetto scuro. Nessuno avrebbe potuto far caso a loro tanto le risate si mescolavano al clima spensierato della casa. Nessuno, eccetto il giovane che aveva appena varcato l'ingresso e che stava giusto per lasciare il cappotto quando, voltandosi, era rimasto incantato dal dondolio ritmico di uno stivale.
Con la gamba sinistra incrociata sulla destra, la ragazza ascoltava i discorsi dell'amica con curiosità e una punta di impazienza. Le stava forse raccontando qualcosa di importante a giudicare dallo stivaletto nero che oscillava nervosamente ora avanti ora indietro. Le pesanti scarpe scure salivano oltre le caviglie e incontravano alle ginocchia un vestito, scuro anch'esso. La parte superiore del corpo era coperta, oltre che dall'abito, da un leggero giubbotto che definiva la forma della spalle, parzialmente nascosta da lucide ciocche dorate. Gli stessi capelli mossi lambivano gli angoli del viso con la dolcezza delle onde che accarezzano la spiaggia sabbiosa. Le morbide guance svelavano due vivaci labbra scarlatte: il punto focale di tutte le sue attenzioni.
All'altro lato della stanza, lo sguardo del ragazzo cercava ossessivamente la bocca di lei, che tante volte gli aveva offerto rifugio e che ora la piega degli eventi lo costringeva a dover lasciare. In quel momento, una spallata rompeva il vortice di rimpianti e riportava il giovane in sé, che aveva fatto appena in tempo a ricambiare le scuse dell'ospite sbadato. La prudenza gli impediva di interrompere la conversazione che la tratteneva da quando era arrivato perciò aveva deciso di cercare qualcosa da bere in cucina. Il proposito che si era dato per quella sera richiedeva lucidità: una birra era tutto ciò che poteva concedersi. Stappata la bottiglia, salutava gli invitati, affrontando i convenevoli usuali con i conoscenti e discutendo a lungo con gli amici più stretti. Continuava a credere che lei non avesse ancora fatto caso al suo arrivo, né tantomeno fosse stata informata della sua presenza. La serata sembrava improntata a questo copione monotono, finché allo stipite della porta aveva scoperto a fissarlo le ciocche bionde lasciate in salotto qualche ora prima. Dalla finestra della cucina la luna faceva capolino tra le nuvole, come un ospite sperato quanto inatteso.
Non aspettava che lui la raggiungesse. Il suo comportamento cominciava a puzzare di abitudine. Così i suoi passi, la sua voce, i suoi movimenti erano tutte parole in un libro riletto più volte, dalle pagine ingiallite alla copertina sbiadita. Lei non sopportava le storie già lette, e sapeva che lui provava lo stesso, anche se per entrambi il terrore era ancora confuso con l'ingenuità. Ascoltava distrattamente le parole dell'amica, mentre guardava con coraggio verso la cucina. Il suono pesante delle scarpe sportive e il giubbotto appeso all'ingresso erano indizi sufficienti.