
Uno dei maggiori tormenti della mia esistenza riguarda il rapporto che ho con lo scorrere del tempo.
La faccenda non riguarda solamente la mia esperienza individuale, essa è infatti un'estensione, un ramo di quella originaria, ma - nei limiti del pensabile - quella universale.
In altre parole è la vita in sé a turbarmi, il tempo in sé.
Osservo una persona e non riesco a fare a meno di pensare che un giorno non ci sarà più, osservo una casa e non riesco a non immaginarla disabitata, abbandonata o magari occupata da un'altra famiglia.
Tale sentimento ingurgita la mia persona - è il caso di dirlo - soprattutto in luoghi storici: musei, teatri.
Trovo inaccettabile che non rimanga nulla di chi è venuto al mondo prima di noi, neanche un ricordo, una lapide, nulla.
Ma poi mi chiedo: se anche ci fosse la possibilità di ricordare, di combattere l'oblio con ogni nostro sforzo, sarebbe davvero poi così diverso?
Del resto ciò che mi devasta fino ad un rigetto fisico è l'idea della fine, la consapevolezza che un giorno tutto e tutti finiremo.
@spleen