Ecco una mia poesia che spero non sia una sciocchezza vergognevole.
SPRECARSI
Seduto su una scomoda sedia di plastica,
davanti all’insegna sbilenca del solito posto,
penso che la mia vita non è plastica:
non riesco a modellarla oltre l’essere a posto.
Cosa mi manca? Nulla.
Cosa mi darà questa sera? Nulla.
S’avvicina un amico – diciamo, un conoscente:
in mano un calice ricolmo di spritz,
in bocca un sorriso ricolmo di niente.
Cerca di coinvolgermi nella sua cerchia:
mi sento un quadrato in mezzo ai cerchi
seduto tra loro al tavolo affianco
ha una dote – è molto bravo a tenere banco:
dice un sacco di sciocchezze,
battute stantie, giochetti idioti
si vanta delle sue prodezze
a letto – di certo inventate
gli scappa un rutto e tutti ridono
mentre bevono a palate.
In questo pub, dove tutti parlano in continuazione,
il rumore più forte lo fa il silenzio da riempire:
tutti danno fiato alla bocca – perché non sanno cosa dire.
Il tempo scorre paludoso e larghissimo,
su un piano appena inclinato,
e noi dobbiamo arrivare all’altra riva,
la fine della serata
ma gettarvi sopra un ponte è complicato
e otteniamo solo di impantanarci nel fango.
Che lezione dovrei trarre da oggi o da venerdì?
Forse, che ovunque dovrei essere, tranne che qui:
in ambienti oppressi dall’odore d’alcol e sigaretta,
in momenti depressi dal pallore dell’avida fretta,
dove risuonano parole leggere, dette e non pensate,
dove rimbomba la voglia di passare il tempo in cazzate,
dove s’assommano, senza accorgertene, le ore sprecate;
sempre la stessa gente, le stesse battute, gli stessi locali;
ma a casa starei su internet a lanciare i miei strali
contro ignoti, ignari quanto me del mondo e dei suoi mali,
riempiendoci l’animo di un livore ben calcolato
che da algoritmi, ignari a livelli astrali, sarà sfruttato.
Distrazioni, distrazioni, distrazioni… distruzioni;
disfacimenti del tempo, violenza contro la propria natura:
sprecarsi, giungendo alla fine dell’esistenza
senza sperimentare il fine della propria intelligenza,
senza arricchirsi d’esperienza e cultura,
trascurando l’oracolo: “Vita, si uti scias, longa est.”
La vita, se sai impiegarla, è lunga, esplorala dunque da ovest a est,
brucia i tuoi talenti al fuoco inesorabile del tempo.
Non restare bloccato nel dubbio incuneato nell’inconscio:
la paura della difficoltà, della sofferenza, della fatica
che è il seme amaro della tua accidia;
usa la forza della tua aspirazione per coltivare la pianta
che le forze dell’abitudine cospirano a tarpare:
alzati adesso e grida a costui: “Vivi!
Non ingegnarti a trovar modi di passare il tempo,
ma impegnati affinché si sappia che tu sei passato,
qui, su questa terra, prima che la tua vita diventi passato
C’è così tanto da fare, oltre che bere in questo locale
più cose nel mondo di quante noi mai ne potremmo contare.
Vivi, perché quando sarai morto avrai tempo di riposare!”
Sto zitto. Il drink mi brucia la gola, è amaro in bocca.
Domani tornerò qui. Dove andare sennò?
Spero ne facciano uno più zuccherato.
@Matari
Founder OP