31/05/2025
Immersa in quella lucidità nebulosa che mi investiva quando ingerivo tutto quell’alcol senza mangiare nulla, avevo calcolato tutto. Entravo nella piccola stazione con il sorriso serafico che riservavo solo a lui, sicura sui miei tacchi e nel mio vestito nero.
E lui, infatti era lì, appoggiato ad una colonna aspettava che comparisse il binario sul tabellone, lo zaino in spalla e l’orrenda maglietta arancione. Non so bene di cosa parlammo, del fatto che fingevo bene di non essere ubriaca e che lui non aveva bevuto, delle medicine, della stanchezza, del fatto che non mi pagassero al lavoro. Poi so solo che dissi nuovamente, senza un perché, o forse semplicemente perché ero brilla, che noi due eravamo proprio bellissimi. Non ricordo la sua risposta, o forse non ci fu affatto. E quando lui si avviò giù per le scale aveva stampati sul collo e sulla guancia due ombre rosso fuoco rassomiglianti a una bocca.
Tutto era ancora impastato di una sognante leggerezza che lasciava sorridere riguardo alla gravità di ciò che avevo fatto. Non sapevo bene come ero uscita dalla stazione e avessi ripreso il tram verso casa.
Le cose e il tempo ripresero i loro contorni più precisi solo dopo aver vomita un paio di volte più avanti nella serata. E l’insensatezza e la stupidità delle proprie azioni andava sempre più prendendo dimensioni considerevoli.
Eppure era impossibile scacciare quella tenerezza, vaga e minuscola, che aleggiava nel fondo, e che mi impediva una vera risoluzione.
Avevo bisogno di essere sfiorata, ancora e ancora e ancora… e nulla c’era che potesse sopprimere questo bisogno se non tornare alla distruzione di sempre.